Un ritratto ironico di Trieste tra bora, riti e contraddizioni
Non l’ho scelta, ma la vita ci ha portato a un’unione che ci rende inseparabili. Del resto, chi posso odiare profondamente per poi, qualche minuto dopo, senza rimorsi, amare in modo commovente? È lei che tanti anni fa ha scelto me. Continua a farlo nonostante tutto.
Una signora di carattere
È una signora di una certa età, molto, molto emancipata che sa essere elegante, meravigliosamente vintage, moderna, inimitabile e soprattutto contraddittoria. Nostalgica, ha la memoria breve: ricorda fatti lontanissimi e quelli recenti li dimentica rapidamente. È di compagnia nei locali alla buona, sui tavoli di pietra all’aperto, davanti a un bicchiere di terrano lungo le vigne di qualche Osmica. Sa essere riservata ed elegante perfetta nei caffè storici o nei ristoranti stellati.
Quando la conosci più a fondo scopri che è schietta, un po’ burbera, certamente polemica, ma anche irriverente, contraddittoria e ironica. Parla più lingue: sloveno, italiano, poco tedesco giorno per giorno dimenticato, tanto inglese, sempre più lingue balcaniche e il dialetto triestino. Ma spesso parla solo il triestino, che vorrebbe imporre come lingua internazionale.
Le manie di Trieste
Ha sempre molta fretta e corre. Dove? Non è dato a sapersi. È un modo di fare, non una necessità. La sua frase ricorrente è: “Vado! No gó tempo, gò de far, se sentimo dopo”… E non richiama mai. Si muove più in motorino che in macchina e se lo fa con quest’ultima, si scatena in improperi, ingiurie e minacce verso tutte le altre scatolette o scatoloni saettanti che non sanno guidare, non sono nei posti dove dovrebbero essere e soprattutto vanno piano. Ma è lei la prima a guidare secondo regole personali e approssimative.
Necessariamente creativa nel parcheggio, pretende di trovare “il posto perfetto” davanti al negozio dello shopping. Se non succede, nonostante le fantasiose soluzioni che le passano per la testa, se la prende con il sindaco. Può non essere divertente?
Sono entusiasta di accompagnarla agli acquisti nei mercatini formati da infiniti serpenti di baracchette che lei adora tanto da desiderarle onnipresenti. Ciò che la rende indimenticabile è il fatto che gli acquisti servono solo per soddisfare l’esigenza compulsiva di possedere ad esempio il curry esposto ed esaurito all’aria aperta da sempre, oppure il ventesimo sasso con il gatto disegnato o il peggior pecorino presente sul mercato… che mai userà.
Ama il cibo più a parole che cucinato e adora raccontare le sue avventure gastronomiche: abbondanti, molto soddisfacenti ed economiche soprattutto in Slovenia e Croazia. Ma spesso cede alle tentazioni del fast food piuttosto che coltivare gli altrettanto veloci locali della tradizione. Si lascia attrarre dalle novità, preferendo le nuove esperienze culinarie alle ricette tradizionali, che tende a dimenticare se non quelle della nonna che mantiene come reliquie preziose e che impone come perfette.
Riti e fragilità
Un compatto odore di naftalina la circonda all’inaugurazione della stagione lirica. La sua presenza a questo rito è come un atto distintivo, una conferma di appartenenza. Ma nel foyer del teatro ogni volta canticchia la canzone “Borghesia” di Checco Loy del 1973, così, per confermare di essere non giovanissima ma soprattutto dissacrante e sarcastica anche verso se stessa.
La pizza dilagante è una delle sue passioni assieme alle catene gastronomiche asiatiche. Che sia cinese o giapponese, per lei non fa molta differenza; in questo è un po’ provinciale, il che la rende ancora più divertente. È sempre pronta a far la fila, soprattutto il primo giorno, per entrare in una nuova pasticceria o in un ristorante trendy, con un entusiasmo contagioso, per poi non tornarci più perché il conto è salato. L’adoro quando ritorna sempre negli stessi locali dall’epoca delle lipe liceali o dalle scappatelle amorose. Una zona di comfort che racchiude la sua vita sociale in un piccolo circuito di luoghi unici, ineguagliabili senza poterli confrontare con altri che non conosce.
Le piacciono i libri: ne legge alcuni, ma ancor più ne scrive. Molti hanno scritto di lei, ma ognuno ha colto solo alcuni dei suoi aspetti più o meno superficiali. Nessuno riuscirà mai a raccontare tutto, perché i suoi racconti sono tanti, perché è una signora che ha visto molte cose, e lo raccontano le sue rughe.
Amo quelle fragilità che rendono la sua bellezza ancora più affascinante. Quelle linee sul viso parlano di una lunga vita: di giornate di bora che adora, che l’hanno sferzata, di momenti cupi che l’hanno fatta riflettere o purtroppo l’hanno spenta per un po’. Ma la sua vita è anche fatta di attimi luminosi, quelli che mi fanno innamorare ogni volta che la vedo brillare sotto il sole. O al tramonto quando dopo un toc’ afoso e molto cittadino, dalla scogliera corriamo in Carso, al fresco in pochi minuti.
Adora come me il nostro piccolo mare: il golfo, la nostra palestra della vela. Non sa separarsi dai tramonti che solo qui vedono il sole atterrare sull’Adriatico.
La Bora
Si piace con le strade attraversate da passanti inclinati, piegati, sfrangiati, deformati dal vento di est-nord-est. Si ritrova soddisfatta dopo i giorni (sempre dispari) di bora, con i cestini dell’immondizia pieni di ombrelli rovesciati e distrutti. Esce solo quando la bora va a pranzo, come fa sempre. Si compiace di aver attraversato indenne la grande avventura del mare in burrasca, quando il mare prende di lato il Molo Audace e si frange sulla Stazione Marittima. Ama i posti soleggiati, protetti sottovento a Barcola, ai Topolini o al bagno La Lanterna, con la sua separazione costruttiva fra uomini e donne. Adora raccontare le cadute dei coppi, il rovesciamento dei motorini, i fiocchi delle barche in porto aperti e dilaniati, dei camion rovesciati e dell’Ursus, pontone antico che un giorno di bora prese il largo, cercando la libertà e forse il naufragio in mare aperto. Recupera, ogni prima domenica di ottobre, i racconti delle Barcolane, con storiche tempeste di bora, epiche avventure di mare.

Sa muoversi e adattarsi alla vita; ha dovuto accettare compromessi, drammi, perdite che spesso non ama rivelare e che non ha ancora superato. Ha avuto i suoi innamoramenti, le sue illusioni e le sue delusioni, ma ha sempre trovato un modo per rialzarsi. Ed è proprio in quel suo modo unico, mai scontato, di affrontare la vita che trovo tanto fascino.
Si chiama Trieste ed è la mia città.









Che delizia!
Grazie
Sara
Grazie Sara, sono contento che ti sia arrivato. Mi piace raccontare la mia Trieste per come la vivo e la vedo. A presto.