Parte 2 – Un viaggio senza fine
Questo articolo è un viaggio dentro un’esperienza che richiede attenzione e misura, perché è fragile ma anche impareggiabile, quando tutto si allinea in un sorso perfetto. Un piccolo lusso — forse più aristocratico che borghese — una nicchia di gratificazione raffinata come un biscotto bacio di dama. Con la storia della mixology ogni cocktail apre nuove strade, ogni storia ne richiama un’altra. È un percorso che non ha mai un punto d’arrivo. La mixology va esplorata, assaggiata, percorsa, altrimenti resti fermo allo Spritz Aperol senza sapere cosa ti stai perdendo. Purtroppo, se inizi ad addentrarti davvero, non arrivi mai in fondo ed è certamente meglio per il fegato se inizia a provare tutto. Ma è una ricerca piena di sapori, e non è affatto un male se fatta con misura. Basta voler bere per piacere, per degustare, per assaggiare. In questo campo dei superalcolici chiedere, provare, informarsi, anche solo un po’, vale la pena farlo per essere più consapevoli di un gesto che non è proprio una medicina, se non per l’anima.
Il mondo della mixology
Io raccolgo, ordino, elaboro, racconto. È una ricerca che non porta alla soddisfazione piena perché la storia non si chiude mai. Si aprono porte dietro ad altre porte. Ogni cocktail assaggiato, ogni storia scoperta, ogni personaggio o luogo, ne chiama altre. Nel mondo della mixology c’è un universo: vivo, composto, sfaccettato. Un mondo fatto di personaggi, di luoghi, di equilibrio tra forma e funzione, tra bellezza e tecnica. Un universo di proporzioni visive, rituali precisi, dettagli segreti.
Il cocktail ha bisogno di viaggiatori
Storie che passano per gli Harry’s, per gli hotel di lusso, per i bar dove i viaggiatori trovano un momento completo, preciso, spesso irripetibile. Pochi millilitri di liquori miscelati con attenzione. Tutti con un perché e con riti e quantità pensate. Hanno bisogno di quel viaggiatore che, come un souvenir dei suoi viaggi, si è portato dietro il sapore di un rum giamaicano, un bourbon con acqua bevuto a Londra, un vermut bevuto a Trieste. Oppure il profumo inconfondibile di un Tio Pepe: secco, salino, pungente, quasi affumicato. Un sorso da anni ’70, quando bastava un’oliva e un bicchiere trasparente e ghiacciato per sentirsi realizzati. Hanno bisogno di sapere che il bicchiere non è solo estetica, che il ghiaccio ha la sua storia, e che quello contemporaneo sa gestire il freddo senza morire.
Ma il viaggio non finisce qui: perché il fascino del cocktail si tiene anche in mano. Cinema, personaggi e design saranno i protagonisti della prossima puntata.









