Ricette raccontate come liturgie gastronomiche.
Questo libro raccoglie undici ricette italiane e triestine raccontate come piccole liturgie gastronomiche. Sono semplici istruzioni di cucina non solo ingredienti non certo quantità, ma gesti, attenzioni e memoria: il modo in cui un piatto mano mano prende forma, restituisce ai sensi il loro ruolo. Dalla carbonara ai sardoni panai, dalle vongole agli scampi in buzara, ogni ricetta diventa un racconto di cucina e quindi di piccoli riti che si ripetono a tavola. In fondo sono ricette come le darebbe una nonna.
Capitoli:
- La strada bianca. Il racconto di un oggetto che a tavola usiamo sempre e che proprio per questo sottovalutiamo.
- La Carbonara perfetta. Non una ricetta, ma attenzione, pensiero, accorgimenti. Gli ingredienti li conosciamo. O forse no?
- Le farfalle al pomodoro. Se a cena c’è “lei”, avrai anche le farfalle nello stomaco oltre che in pentola. Questa “ritualità” è stata scritta per ricordartelo e per impedire che il peperoncino prenda il sopravvento.
- Sardoni panai. Trieste è grande divoratrice di sardoni impanati. Non potevamo non rileggerli con le attenzioni che meritano.
- Le penne delle quattro P di Milano. 1980: penne, piselli, prosciutto e panna. Golosità e memoria.
- Pasta coi caparozoli, o più efficacemente “pasta a’ vongole”. Cambia il nome, non cambia la liturgia.
- Aglio, olio e peperoncino. Semplice? Solo in apparenza.
- Pasta burro e alici. La vera sfida è fare grande ciò che sembra minimo.
- Risotto al nero di seppia. Un classico che non può mancare. E le seppie non vanno cotte troppo.
- Canoce panade. Aspetta la stagione giusta. Piatto ormai quasi solo domestico, ma straordinario.
- Pasta allo scoglio. La versione che non troverai in nessun ristorante, anche se è in tutti i menù.
- Scampi in buzara. Piatto povero, glorioso. Macchia la camicia come una decorazione importante.
Come tutti i libri della collana la fantasia degli autori si esprime prima di tutto sulla dedica che alle volte passa inosservata, ma è veramente un peccato:
Dedicato a tutto il tempo che passiamo a guardare chi cucina piuttosto che cucinare. Al tempo speso a leggere ricette e a perderci nell’archivio infinito delle varianti creative. A quei “ma sì, tanto andrà bene anche così” pensato al tempo della spesa, primo atto del cucinare, che non è produrre ma avere cura di noi, degli altri e degli ingredienti. Dedicato alle farfalle al pomodoro mangiate con lei e alle altre, che si agitano nello stomaco. Alle code dei sardoni panai contate come trofei, al pan grattato aggiunto dove non serve. Agli scolapasta dimenticati, alla pasta-asciutta che è sempre pasta-mantecata. Agli impiattamenti rilassati, alle penne lisce scomparse come la Naj Oleari, al prezzemolo che chiacchiera dappertutto, al limone spremuto a cancellare profumi e sapori complessi. Ai bicchieri di Porto degli anni ’80 ripescati per un condimento che profuma di caramello e mare. Dedicato anche a noi, che continuiamo a fare tutto questo, “In direzione ostinata e contraria”. (Fabrizio De André)





