La storia del gin e dei cocktail
Montagnana, 27 febbraio 2026.
Nell’incontro dedicato alla storia del gin e dei cocktail a Montagnana, all’Hostaria Zanarotti, abbiamo raccontato un altro passo nel percorso che, dopo vermouth e bitter, ci porterà naturalmente al prossimo appuntamento dedicato al Negroni, storia di un uomo e storia di un cocktail. Per capire davvero questo percorso bisogna però tornare indietro di qualche secolo.
Le origini del gin tra Olanda e Inghilterra
La storia del gin affonda le sue radici nell’Europa del Seicento. Il primo antenato del gin è il genever olandese, un distillato di cereali aromatizzato con ginepro, prodotto nei Paesi Bassi e diffuso tra soldati e commercianti del Nord Europa. Quando Guglielmo III d’Orange, principe olandese, salì al trono d’Inghilterra nel 1689, questa tradizione trovò un terreno favorevole. In quegli anni le guerre con la Francia e le politiche protezionistiche resero difficile l’importazione di cognac e di altri distillati francesi, mentre l’Inghilterra disponeva di grandi quantità di grano: il Parlamento incoraggiò quindi la distillazione domestica. Nacque così il periodo passato alla storia come Gin Craze, la grande ubriacatura londinese del primo Settecento. A Londra il gin veniva prodotto ovunque, spesso con tecniche rudimentali e con risultati di qualità pessima. L’alcol ottenuto veniva aromatizzato con ginepro e altre erbe attraverso semplici infusioni, senza una reale conoscenza della distillazione, e la città si riempì di locali dove si beveva gin a ogni ora del giorno. Le cronache raccontano di una Londra immersa nei fumi dell’alcol, con teatri interrotti dalle ubriachezze del pubblico e una miseria che camminava a braccetto con il consumo smodato di distillati. I resoconti dell’epoca parlano di migliaia di morti legate all’alcolismo e alla malnutrizione infantile. È da questo caos di distillazioni improvvisate e di infusi di ginepro che nasce lentamente la storia del gin moderno.
Dalla Gin Craze agli Old Tom Gin
Nel corso del Settecento il governo inglese cercò di regolamentare la produzione con diverse Gin Acts, ma solo con il miglioramento delle tecniche di distillazione la situazione cambiò davvero. Le conoscenze della distillazione olandese, più precisa e controllata, arrivarono anche in Inghilterra. Il distillato di base veniva prodotto da cereali e poi aromatizzato con ginepro e botaniche attraverso una seconda distillazione o infusione. Da queste produzioni nacquero i primi Old Tom Gin, gin leggermente più morbidi e talvolta appena addolciti per rendere più bevibile un alcol che non era ancora perfettamente pulito.
La nascita del London Dry Gin
La vera svolta arrivò nell’Ottocento con il miglioramento delle tecniche di distillazione e con l’introduzione della colonna di distillazione continua, che permetteva di ottenere un alcol molto più puro e costante. In questo sistema i vapori alcolici attraversano le botaniche — soprattutto ginepro, ma anche coriandolo, angelica, scorze di agrumi e molte altre erbe — estraendone gli aromi con grande precisione. Nasce così lo stile che oggi conosciamo come London Dry Gin, più secco, più pulito e perfettamente equilibrato, ideale per la miscelazione nei cocktail. È proprio questo gin, asciutto e aromatico, che diventerà uno degli ingredienti fondamentali della grande tradizione del bar insieme a vermouth, bitter e amari.
Il protocollo del London Dry Gin
Per poter essere definito London Dry Gin un distillato deve rispettare regole molto precise stabilite dalla normativa europea sulle bevande spiritose. Si tratta di un protocollo produttivo che definisce come il gin deve essere realizzato. La base di partenza è un alcol neutro di origine agricola, cioè un alcol etilico ottenuto dalla distillazione di materie prime agricole come cereali, patate o barbabietole. Questo alcol viene rettificato fino a risultare quasi privo di aromi, creando una base pulita sulla quale costruire il profilo aromatico del gin. Su questa base avviene la fase decisiva: la ridistillazione con le botaniche. Le erbe, le spezie e le scorze utilizzate per aromatizzare il distillato vengono inserite nell’alambicco e i vapori alcolici attraversano queste sostanze estraendone gli aromi. Tra tutte le botaniche utilizzate, il ginepro deve rimanere il profumo dominante perché definisce l’identità stessa del gin. Dopo la distillazione la normativa consente solo una quantità minima di zucchero, inferiore a 0,1 grammi per litro. Il risultato deve essere un distillato limpido e trasparente, imbottigliato con una gradazione minima di 37,5% vol. Questa severità produttiva ha reso il London Dry Gin uno degli stili più affidabili per la miscelazione classica.
Le categorie di gin
Non tutti i gin vengono prodotti nello stesso modo e la normativa distingue diverse categorie che si differenziano soprattutto per il metodo di aromatizzazione. Nel Compound Gin le botaniche vengono semplicemente messe in infusione nell’alcol senza una vera ridistillazione. Il Distilled Gin prevede una ridistillazione con botaniche e consente eventuali aggiunte aromatiche dopo la distillazione. Il London Dry Gin rappresenta la forma più rigorosa perché tutti gli aromi vengono introdotti durante la distillazione. Il nome London Dry Gin indica uno stile di produzione definito da regole tecniche precise.
Una scena da Casino Royale
Durante l’incontro abbiamo letto una pagina di Casino Royale di Ian Fleming. James Bond incontra Vesper Lynd fuori dall’ascensore dell’albergo mentre scendono insieme a cena. Bond non conosce ancora il suo nome ma rimane colpito dalla sua eleganza. Fleming descrive il vestito di velluto nero della donna e Bond osserva persino un dettaglio curioso: la sedia di paglia del ristorante potrebbe segnare il velluto lasciando righe sul tessuto. Al tavolo viene ordinata una brocca di vodka ghiacciata. Bond sta per chiedere un Martini ma si ferma e decide di comporre un cocktail diverso. Chiama il barman e detta la ricetta: tre parti di gin, una di vodka e mezza di Kina Lillet, agitato molto freddo e servito con una lunga scorza di limone. In quel momento il cocktail non ha ancora un nome. Solo più tardi la donna dice di chiamarsi Vesper Lynd e Bond decide che quel drink porterà il suo nome.
Dal Martinez al Martini
Molto prima della stagione moderna dei cocktail il gin era già protagonista di alcune ricette fondamentali. Tra queste il Martinez, comparso nei manuali di fine Ottocento, che unisce gin, vermouth rosso, maraschino e bitter. È un cocktail morbido e aromatico che mostra come il gin abbia iniziato presto a dialogare con vermouth e liquori. Da quella tradizione nasceranno molti altri cocktail classici, tra cui il Martini Cocktail e il Tom Collins, ancora oggi presenti nei repertori internazionali della miscelazione.
Gin e acqua tonica
Un capitolo importante della storia del gin riguarda il Gin Tonic. L’acqua tonica nasce come bevanda medicinale: conteneva chinino, utilizzato dai soldati britannici nelle colonie per combattere la malaria. Il sapore amaro del chinino veniva corretto aggiungendo zucchero, lime e una dose di gin. Da questa pratica coloniale nasce uno dei drink più diffusi al mondo. Anche questo ricorda che il gin possiede una versatilità molto più ampia della semplice moda dello spritz: basta cambiare un bitter, un vermouth o una tonica per aprire un intero universo di cocktail. Il gin resta uno dei grandi protagonisti della storia dei cocktail e continua ancora oggi a offrire infinite possibilità di miscelazione.
La serata dedicata al gin si inserisce nel percorso iniziato a Montagnana con vermouth, bitter e amari e ci vediamo per il prossimo incontro dedicato al Negroni.
Davide Maron alla parte tecnica e al servizio, Maurizio Stagni alla narrazione.







