Itinerario tra i cocktail a Trieste.
Salgo le scale di Santa Maria Maggiore, luogo che cela alcuni misteri triestini. Non è un impeto religioso che mi muove, ma un pellegrinare verso la movida. Il primo locale sul canton è la mia ultima tappa delle serate da “Amici miei”. Passa inosservato se non fosse per i tavolini all’aperto che segnalano la presenza del signor Giorgio.
Dove nascono i cocktail a Trieste
È lui l’istituzione che celebra i cocktail. Una lingua qui conosciuta e parlata da sempre. In realtà il locale non è suo, ma del suo “Gatto”, di nome e di fatto. Seduti nel salottino si parla di Manhattan, Old Fashioned, Singapore Sling, Whiskey Sour… Affiora un libro di miscelazione che aspetta pubblicazione: dentro ci sono passione e sapere.
In città, molte di queste parole e di questi gusti non hanno origine qui.
Barbara e monsieur Gian
Cinque minuti di cammino e si entra in un altro santuario: volte di pietra, nessun centimetro libero dalle etichette. Qui Barbara e monsieur Gian sono imbevuti di vini e distillati: Lillet Blanc, Tio Pepe, Noilly Prat, Old Tom gin… Ogni bottiglia diventa racconto e ci si ritrova gregari, come fossimo nel film “Sideways”. Un percorso nei cocktail, il vino, i suoi paesaggi e le persone che li abitano. Qui non si stappa, si inizia a desiderare.
I Grigioni nella movida triestina
Dietro al banco si mescolano curiosità, esperienze alcoliche, confidenza, complicità e piacere della qualità. Manca poco per due secoli e mezzo di storia, ma non si vedono e non è un museo. Come per altri racconti cittadini con protagonisti gli svizzeri Grigioni, è una bottega viva che racconta, conserva e propone. Seconda puntata sui cocktail: articolo da ritagliare.



