La Bora come identità triestina
Trieste, città della Barcolana e, senza dubbio, della bora. La bora è un dono della natura, la Barcolana una meravigliosa invenzione degli uomini: forse per questo la prima viene data per scontata, mentre la seconda si costruisce, si promuove, si racconta. Eppure proprio la bora, con le sue inclinazioni, le deviazioni, gli sbandamenti, impone una geografia precisa alla città e una grammatica ai corpi, agli oggetti, alle abitudini. La bora trasforma Trieste in un’avventura contemporanea. Le dà una tensione che altrove manca. È un segno forte, identitario molto esportabile. Un nome dal marketing vincente. Perché dunque non usarla davvero?
Nomi, vini e prodotti: il vento diventa linguaggio
Nomi, etichette, locali, prodotti che portino dentro quel vento da est-nord-est. Non lontano da qui, al di là del confine, ho trovato Malvasia, Glera, Terrano… che portano il nome scritto con la lingua di quando, superato il rettilineo della pianura pannonica, si arrotola sul Carso sloveno. Sorvola il repen, il brignaveč… Ho bevuto uno Chardonnay 2018, dal nome bora, quella dei 129 km/h del 20 marzo, che lo ha plasmato, rendendolo un’annata speciale. Un Negroni bianco a Trieste dovrebbe avere l’anima di BorA: un bitter-amaro che profuma di bergamotto, caffè e kren.
Il morbin: dove Trieste si riconosce
Per chi la ama, la bora è anche altro. È spirito allegro, irriverente, ironico, a tratti goliardico: è il morbin. Lo trovi al di là del Colle di San Giusto fra bottiglie e bicchieri, e in centro, dove ostriche e Champagne convivono senza cerimonie. È lì dove i bicchieri brindano che si incontra ancora il vero morbin triestino.




