Salire sull’altipiano carsico
Stavo impostando questo articolo quando ho deciso di non scrivere di gastronomia e sono salito in Carso.
Il motorino affrontava l’aria fresca, mentre in città il caldo restava appiccicato all’asfalto. L’altipiano, per noi cittadini, è la fuga. Destinazione: l’Osmica in un paese sospeso tra altipiano e mare, trattenuto dalle vigne e proteso sulle scomparse tonnare. Mi aspettavano una panchina e un panorama. «Siamo ciò che mangiamo», scriveva Feuerbach. Ma le nostre cellule si nutrono anche di connessioni, piaceri, sensazioni. Il mio DNA triestino si è formato anche nelle Osmize. Non è solo cibo: è atmosfera, è condivisione.
L’osmica come luogo di identità e condivisione
La “frasca” è più di un segnale: invita a far parte di una comunità. Non conta quale Osmica: anche le più nascoste, con tetti e porticati di pietra e nomi di paesi introvabili. In questo mondo dove i vicini di casa non si conoscono, questi luoghi offrono ancora la condivisione. Si incomincia con un ottavo di Terrano, Vitovska o Gera. Tavoli e panche standard, due ovi duri e via. Il salame può essere un’amalgama o sfaldarsi sotto le dita: in Osmica se pol magar co’ le man, poco importa.
La nostra spezia: il Kuaranač
Pancetta con il fiore di finocchio selvatico essiccato, cotechino in crosta, prosciutto cotto grigio prima che diventasse rosato. Ma la vera sostanza è il brusio, le facce, il miscuglio di dober večer e ciao.
Chiacchiere mentre i taglieri si svuotano piano. Un commento sul tramonto, una risata, una chitarra e le canzoni triestine. Cibo? Forse.
Ma soprattutto il collante di quelle cellule che portano l’imprinting delle gite oltre la ripida via Commerciale.
(In questo articolo osmiza è scritto in sloveno: “osmica”)




