Nel mondo dell’indifferenza, la condivisione resiste in osmiza

"Il Piccolo", 20 Agosto 2025

Disegno a colori che rappresenta Trieste al Toc', i bagnanti, dei pesci e un cuoco con della pastatutto spinto dal vento di Bora.

Salire sull’altipiano carsico

Stavo impostando questo articolo quando ho deciso di non scrivere di gastronomia e sono salito in Carso.
Il motorino affrontava l’aria fresca, mentre in città il caldo restava appiccicato all’asfalto. L’altipiano, per noi cittadini, è la fuga. Destinazione: l’Osmica in un paese sospeso tra altipiano e mare, trattenuto dalle vigne e proteso sulle scomparse tonnare. Mi aspettavano una panchina e un panorama. «Siamo ciò che mangiamo», scriveva Feuerbach. Ma le nostre cellule si nutrono anche di connessioni, piaceri, sensazioni. Il mio DNA triestino si è formato anche nelle Osmize. Non è solo cibo: è atmosfera, è condivisione.

Osmica e condivisione

La “frasca” è più di un segnale: invita a far parte di una comunità. Non conta quale Osmica: anche le più nascoste, con tetti e porticati di pietra e nomi di paesi introvabili. In questo mondo dove i vicini di casa non si conoscono, questi luoghi offrono ancora la condivisione. Si incomincia con un ottavo di Terrano, Vitovska o Gera. Tavoli e panche standard, due ovi duri e via. Il salame può essere un’amalgama o sfaldarsi sotto le dita: in Osmica se pol magar co’ le man, poco importa. Pancetta con il fiore di finocchio selvatico essiccato, cotechino in crosta, prosciutto cotto grigio prima che diventasse rosato. Ma la vera sostanza è il brusio, le facce, il miscuglio di dober večer e ciao.
Chiacchiere mentre i taglieri si svuotano piano. Un commento sul tramonto, una risata, una chitarra e le canzoni triestine. Cibo? Forse.
Ma soprattutto il collante di quelle cellule che portano l’imprinting delle gite oltre la ripida via Commerciale.

(In questo articolo osmiza è scritto in sloveno: “osmica”)

Articolo di Maurizio Stagni