Il mangia e bevi: origine del gelato triestino
Primavera, voglia di gelato. In gelateria, sui ripiani più alti, giace dimenticato un enorme bicchiere, una terrina di vetro che conteneva una quantità anacronistica di gelato; oggi da fideiussione bancaria: si chiamava Mangia e bevi. Era una quantità pantagruelica di palline; con gli anni ’90, tra diete e rinunce, sparisce.
La berlina: memoria del gelato a Trieste
Così come è diventata memoria, mantenuta ancora in rari posti, la berlina fatta bene. È un primo gesto di crema densa di cioccolato, la ganache, poi panna, crema, finalmente la pallina di cioccolato, di nuovo, ben più abbondante, panna, poi crema e necessario storto. È di cioccolato, non di altro: solo in tempi moderni arrivano le interpretazioni. Così come la stessa, ma di amarena, è la nafta di Lignano, ma siamo già in territorio straniero. Solo il rito rimane nella berlina da passeggio: la panna del primo strato, nel bicchiere di carta, si ghiaccia e la gioia dell’ultimo golosissimo boccone si perde. La berlina fatta con cura al tavolino della gelateria sta diventando gesto raro.
La cassata triestina: il gelato da passeggio
E’ invece il vero e antico gelato da passeggio.
Già, perché accanto al gulas, al volentieri triestino, esiste la cassata triestina: un tramezzino di gelato trattenuto da due cialde, retaggio dei wafer prodotti dalla ditta Vlah di Gorizia in altra era. Parallelepipedo di gelato bicolore, cioccolato-vaniglia o caffè-fiordilatte, spessore due centimetri. Vietati i personalismi e vietato ai bimbi, che mai morsicano il fragrante e ghiacciato dessert e quindi lo scioglimento della farcia è garantito, altrettanto che lo sbrodolamento.




