Trieste è un gigante goloso del “Sardon panà”.
Sardoni panai, alici impanate
A ogni ciclo turistico le Rive si trasformano in boulevard dedicati a piatti straboccanti di Sardoni panai, croccanti o “ontolai”. Se fossero davvero tutti nostrani, barcolani a pasta bianca, già da tempo il Golfo ne sarebbe spopolato.
Anche Pellegrino Artusi lodava le alici del nostro mare, più delicate delle tirreniche dai muscoli robusti, ma le nostre, con carni più bianche e grasse, incarnano il perfetto spirito triestino: “el triestin no vol far fadiga”.
Glera o Malvasia per i sardoni
Nei magazzini del freddo trovano casa acciughe d’importazione, senza carta d’identità bilingue, che del “volentieri” triestino ignorano l’ambiguo significato. Corre in soccorso il detto: “panada anche la siola dele scape xe bona!” È obbligatorio prenderle con le dita, dalla coda, ancora calde. Il primo boccone è un bivio: salvarla come trofeo o divorarla? Chi la conserva conta i sardoni; chi la mangia giura che “del sardòn non se buta via mai niente”.
Se il vassoio di carta non si macchia d’olio, tanto meglio! Ma sarà un bicchiere di Glera fermo o di Malvasia che aiuterà a dimenticare una frittura mediocre o a celebrarne una perfetta.
Attendiamo il ritorno delle lampare, garanzia di pescato nostrano, e il vento di Scirocco che raccoglie branchi memorabili, per rinnovare la gioia di gustare le leggendarie alici dalla carne chiara e vellutata: “el sardòn barcolan a pasta bianca”. Ricordiamoci che “la morte sua xe eser panado” e che anche questa specialità fragrante è ciò che ci tiene legati a questa città.




