Avere come amico un porziter rende l’osmiza un luogo deputato ad un ritiro non spirituale: la frasca indica peccati di gola, soprattutto di salumi.
I taglieri, densamente popolati di golosità assolute: coppa, pancetta magari spolverizzata di Kuaranač, prosciutto cotto o crudo, salame… assumono in sua compagnia i connotati di preparazioni da degustare e giudicare con attenzione. Lui ti mostra: la pasta del salame preparata a coltello e se la fettina piegata cede gommosa invece di spezzarsi denuncia che si può fare meglio. La presenza del vino di leganti e conservanti viene analizzata in poche fettine. Il prosciutto crudo passa al vaglio per la dolcezza del grasso sciolto sul polpastrello, per il taglio a sfalza grossolano ma non spesso, per la stagionatura e la salatura. Così per la pancetta, che deve essere profumata e non deve mai mancare la salsiccia secca, vera cartina tornasole della qualità del luogo. Tutto passa per la lente d’ingrandimento.
Panorama e salumi
Per lui, panorama e salumi veri non stanno insieme: o xe bel o xe bon. Quindi le nostre gite gastronomiche in altipiano sono riservate ai borghi dove i nomi si confondono, dove l’ultima volta che son stado iera soto Marco Caco. Per Max il periodo migliore per frequentare le osmize è l’inverno, perché c’è meno gente, più attenzione. Quando si è in pochi si mangia con cura e, al caldo, si chiacchiera con l’oste. A queste “osmizade” ci andiamo con una 500 del 1970. Così è inevitabile che l’osmiza d’inverno sembri un film in bianco e nero visto alla TV.




