In questo articolo di “El Toc’” racconto il curabiè a Trieste: un biscotto greco alle mandorle che viaggia dalla Siria alla Turchia e alla Grecia, prima di arrivare con i mercanti nelle pasticcerie e nei caffè triestini.
Di mattina insieme al caffellatte, che a Trieste è un capo in tazza grande, ormai diventato macchiatone yuppista, amo gustarmi un crafen italiano o un Krapfen tedesco. Per regnicoli e austriacanti quel bombolone non è la stessa cosa. A volte mi piace un Brasilian. Altre, un curabiè che non dovrebbe essere una semplice frolla, anche se purtroppo spesso lo è.
Il viaggio del curabiè
Parte dalla Siria, dall’acqua di rose che profumava un impasto di burro, zucchero e farina. Nel mondo ottomano approda come gülâbiye e poi, in Turchia, come kurabiye. Qui perde identità e, come la Sacher, si ammala di genericizzazione semantica: il nome finisce per indicare i biscotti in generale. Attraversa il Mediterraneo orientale, cambia ingredienti e consistenza e prende la forma a mezzaluna del kipfel. Tra i Greci, popolo diffuso e allora senza patria, diventa kourabiés: burroso, friabile e ricco di mandorle.
I mercanti greci e Trieste
I mercanti greco-veneziani conoscevano lingue, porti e commerci del Levante e viaggiavano come sudditi ottomani. Quando l’Austria fece a meno degli intermediari veneziani, attirò a Trieste questi indispensabili commercianti concedendo loro libertà di culto. Trovarono una città accogliente e proficua, dove stabilire famiglie e capitali. Come già raccontato per i Grigioni protestanti e le dolci lettere d’amore, fu anche la tolleranza a far arrivare i curabiè, biscotti delle feste greche entrati poi nelle pasticcerie e nei caffè triestini. Li mangiava anche Joyce, goloso com’era, mentre scriveva a Svevo dell’«Ulisse ossia Sua Mare Grega». E non era proprio un complimento.
Questo articolo fa parte di “El Toc’”, la rubrica di Maurizio Stagni pubblicata sul quotidiano “Il Piccolo” di Trieste. Scopri tutti gli articoli della rubrica.




