Trieste, città del “brodeto” o dello “schinco”?
Pescatori dalmati e pesce a Trieste
Nel 1945 a Trieste c’erano 188.000 abitanti e appena 10 pescherie; nel 1950, oltre 200.000 abitanti e più di 60 pescherie. Due effetti dell’esodo. Gli esuli d’Istria e Dalmazia portavano con sé la famiglia, poche cose e la conoscenza del pesce in cucina ed in mare. Loro, cresciuti a pane e pesce “in buzara”, intenditori di brodetti e di “škampi na žaru” (frase basilare per i diportisti golosi), Trieste era un’opportunità da soddisfare. La Pescheria Centrale o Pescheria Grande ma per tutti Santa Maria del Guato, ultima costruzione asburgica in città negli anni 50 si riempì di venditori di sarde, sardoni, sardelle, ribalta vapori, schile, canoce, asià, riboni, volpine, zievoli.
Brodetto, boreto, caciucco, in buzara
Così il nostro “brodeto” fatto di pesce povero, conserva di pomodoro, cipolla e aceto (quello di casa oggi introvabile) è una “in busara” che tradotto in italiano è “alla” busara. Non solo di scampi e tutt’altro del “boreto” gradesano. Per Artusi sarebbero state pagine del suo ricettario da aggiungere a quelle sul Cacciucco. La città dello “schinco de videl” o di maiale, del gulasch, della “luganiga de Cragno”, del bollito e del buffet: “bifé”, solo in quegli anni approfondisce la cultura del pesce.
Mia nonna
Già di tonnare, come quella del Cedas e del Molo “G”, controllata dall’Austria da Contovello, era ricca la provincia.
Riguardo al tonno oggi pesce prezioso, emblematica la frase di mia nonna che, dopo aver fatto il giro della Pescheria Centrale, diceva: “No xe niente coša cior; ne tocarà cior tono.”




