Il racconto “Il tempo di un vermouth” continua con il cammino del commerciante sotto i portici di Torino. Un bicchiere di vermouth e un tramezzino.
Marandazzo, Carpano, Mulassano.
Cammina sotto i portici seguendo l’itinerario abituale. All’angolo, prima che la piazza si apra, c’è la drogheria Marendazzo. Qualche volta, se la giornata glielo consente, entra per salutare un suo cliente, un commerciante che lavora con la ricetta Carpano. Lo conosce bene. Gli piace questa persona precisa, professionale, preparata sulle alchimie, sulle miscele, sulle preparazioni farmaceutiche. Lo ammira soprattutto per la composizione che per lui non ha rivali: il vermouth di Torino che ama.
Quasi mai lo beve lì, e solo per cortesia, perché lo preferisce leggermente corretto, interpretato, e un intervento del genere suonerebbe come un affronto per un alchimista tanto rigoroso. Così lo degusta al Caffè Mulassano. Lì trova complici i camerieri, ai quali piacciono le sue richieste e lo assecondano qualche volta con un’ombra di Angostura, altre con due gocce di amaro, di solito il Cora.
1926 toast e tramezzino
Ma c’è anche un’altra ragione per andare al Mulassano: quel tramezzino nato da poco in quel caffè. Due tramezzi con qualcosa in mezzo. Una farcia trattenuta tra due fette di pan carré. Un pane morbido, alveolato, bianco, dalla ricetta mai rivelata.
Senza fretta apparente raggiunge le vetrine del locale dall’insegna originale, di legno, con inciso Mulafsano: ma quella f tale non è, è una s antica. Gli piace questo richiamo alla tradizione in un luogo così moderno, in stile liberty, di moda.
La bussola del caffè, un rientro nella facciata lungo i portici, lo porta dentro. Un passo sui mosaici e poi sui marmi consumati della soglia. Spinge la porta di vetro con gli infissi di mogano scuro, e il brusio del piccolo caffè affollato lo avvolge.
Tempo dell’orologio e il tempo di un bicchiere di vermouth
È un commerciante ed ogni istante è prezioso, si sa. Ma non sarà lui a guardare l’orologio.
C’è qualcun altro che lo fa. Un uomo poco distante, seduto a uno dei minuscoli e rari tavolini, estrae l’orologio dal taschino del gilet. Quel gesto lascia intravedere i bottoni di madreperla di una camicia inamidata. Ruota l’orologio, il movimento fa scattare il coperchio d’oro, legge l’ora. Per un istante lo tiene aperto, poi lo richiude, lo gira con un movimento fluido e lo rimette nel taschino.
Il commerciante al banco del Mulassano sembra avere meno tempo dell’uomo al tavolino. In realtà è il contrario.
Da quando è entrato nel locale il suo tempo non è scandito da un ticchettio, ma dalla quantità di vermouth corretto, stavolta con un’ombra d’amaro, fresco di cantina, ancora dentro al bicchiere.
Il Mulassano è un locale quadrato piccolo, compatto: legni scuri, marmo, decorazioni liberty in ottone e ferro. Il soffitto a piccoli cassettoni allarga l’ambiente. È una scatola di sigari: l’aroma che riempie l’aria sa di bevande, di caffè, di cioccolato. Al banco di marmo scuro, specchi alle pareti e bottiglie di vermouth in fila.
Accanto al bicchiere, il piattino decorato e un tramezzino: burro e alici, pane bianco, quadrato senza crosta, avvolto nel tovagliolo d’ordinanza.
Angela e Onorino Nebiolo
Angela e Onorino Nebiolo da poco avevano rilevato l’attività dal signor Mulassano. La preziosa macchina per toast che avevano portato dall’America era unica in Italia. La coppia pensò di utilizzare quel pane morbido e senza crosta anche senza tostarlo, con farciture diverse. Inventarono così il tramezzino.
Il signor Onorino riforniva la vetrina a fianco con tramezzini sempre freschi e fragranti, lo faceva con il sorriso e la divisa impeccabile.
Le farce erano:
burro e acciughe,
peperone e acciughe con un poco di senape,
vitello tonnato,
lingua in salsa verde…
Farce misurate, pensate per stare accanto al bicchiere senza coprirlo: al Mulassano il vermouth e il tramezzino fanno coppia.
Un cenno cortese
Senza fretta il commerciante finisce il vino aromatizzato, servito nel calice dal breve stelo. Anche il tramezzino, ben conciato, era stato gustato e non aveva intaccato minimamente l’appetito, anzi.
Era mezza mattina e lo aspettavano ancora metri di gabardine, panni di lana, flanelle, cheviot e tweed, da srotolare sul banco.
A malincuore lasciò il locale. Mentre si rimetteva il cappello, una piccola esitazione, un’occhiata rapida in direzione dell’uomo con l’orologio, un cenno cortese al cliente che sembrava avere più fretta di lui e così evidentemente non era.









