Un racconto tra vermouth e tramezzino, prima dei cocktail
Questo racconto nasce mentre preparavo gli incontri dedicati alla storia del cocktail Negroni, ripercorrendo la storia dei suoi componenti: vermouth, bitter, gin. Mi sono chiesto che cosa significasse bere vermouth nella vita quotidiana di Torino negli anni Venti e Trenta del Novecento.
Ho inventato per questo un personaggio, un commerciante, possibile cliente, in un momento rituale della sua giornata: una sosta per un aperitivo, un bicchiere di vermouth con qualcosa da mangiare al banco.
Nascita del vermouth
La data canonica attribuita alla nascita del vermouth è 1786, quando Carpano mette a punto e codifica quella che diventerà la ricetta di riferimento per un vino aromatizzato speziato. Non è l’unica forma di vino speziato esistente in quel momento, ma è quella che si trasmette nei decenni successivi. La fortunata presenza nella regione dell’assenzio, ingrediente inevitabile e la qualità del lavoro di Carpano permisero di codificare un grande prodotto e di riprodurlo con costanza: è anche da qui che nasce il successo del Vermouth Carpano.
Il tramezzino
Con un amico si parlava della nascita del tramezzino, spesso imputata a Gabriele D’Annunzio. Mario Guerri, in un suo libro e in alcune interviste, ha negato questa ipotesi. Il nome, quello sì, fu un’idea di D’Annunzio, come molte altre parole entrate nell’uso in quegli anni.
Ad una lettura attenta del racconto troverai alcune informazioni che spiegano le ragioni della nascita della miscelazione, che già in quegli anni avveniva. Il vermouth corretto, modificato, darà origine al Mi-To e da lì la storia della miscelazione non si è più fermata.
Leggi il racconto
Spero di averti incuriosito. Sarò felice se proseguirai a leggere il racconto. Se poi ti andrà di ascoltare queste storie dal vivo, vieni ai miei incontri: aperitivi e cene racconto. Ti assicuro che non saranno molto alcolici, ma sicuramente divertenti e interessanti.
Il tempo per un vermouth
La mattinata era stata lunga.
Il lavoro in negozio lo aveva tenuto occupato più del previsto e la possibilità della pausa abituale stava scivolando troppo vicino al pranzo. Il Caffè Mulassano, in piazza Castello 15, sua meta abituale, si trovava a pochi passi dal suo negozio di stoffe.
Amilcare Mulassano aveva una bottiglieria in Via Nizza 3, vicino a Porta Nuova. Decisamente fuori mano. Solo nei primi del ’900 si era trasferito sotto i portici, in piazza Castello 13. Aveva aperto una buvette, più che un caffè: un locale piccolo, da bere in piedi, al banco o con pochi sgabelli e tavolini minuscoli. Una novità assoluta per Torino. Un posto di passaggio, rapido, urbano, raccolto e prezioso, molto parigino.
Oggi il clima gli consente un abito in flanella leggera, grigio fumo. Gli piace toccarla e indossarla: è il tessuto maschile che vende di più. I pantaloni scendono con una riga netta sulle scarpe nere. Addosso resta l’aria di un’acqua di Colonia agrumata, fresca e rapida, messa al mattino. Prende il cappello francese di feltro a tesa corta, un Mossant, avverte della sua pausa i dipendenti ed esce.
Continua nella seconda parte: Il tempo di un vermouth — Seconda parte









