Campari, Mi-To e Americano al Camparino di Milano
Il bicchierre alto mi avrebbe dovuto mettere in allarme, ma non faccio in tempo: arriva il seltz, sparato da una pistola collegata a un tubo flessibile. Diluito per diluito, chiedo anche il ghiaccio. Sarò qui a Milano ancora domani e mi organizzerò un’altra occasione per un Campari liscio. Una fettina d’arancia chiude il servizio.
Lo sorseggio.
La bevanda è fresca, anzi inaspettatamente fredda. Come riescano a portarla a questa temperatura resta un mistero. La diluizione rende il sorso più facile: i sapori, attenuati, escono in successione ma restano netti.
“Milàn la va de pressa”
Dalle vetrine che danno su piazza Duomo vedo arrivare il mio uomo, il responsabile della Sonzogno per la narrativa. Si siede a un tavolino, leggermente in anticipo. Estrae l’orologio, guarda l’ora. Non fa in tempo a rimetterlo all’interno della giacca che il cameriere gli si avvicina, quasi quel gesto fosse una sollecitazione a far presto. Milano è una città di fretta.
Pago e mi avvicino come se fossi arrivato dalla Galleria. Nel suo saluto sento la sorpresa di vedermi aparire all’improvviso accanto al tavolino.
È un uomo affabile, schietto, con il viso largo che mette a proprio agio. Ma è anche un uomo deciso, rapido, senza molti ripensamenti; visto il suo ruolo in azienda, mi fa onore che sia lui qui. Mi fa accomodare e accompagna il sorriso con una domanda: se voglio prima la buona o la cattiva notizia.
La buona è che il mio scritto gli piace molto. La cattiva è che non lo pubblicheranno. Così mi offre da bere.
Mi-To o Amricano

A questo punto il dottor Matarelli mi pone di fronte a un’altra scelta: volevo un Mi-To — Milano–Torino, bitter–vermouth — o un Americano?
Alberto, così mi dice di chiamarlo, spiega che il Campari è perfetto con il vermouth Antica Formula: uno a uno, bicchiere basso, con ghiaccio. Qui è la regola; altrove, se il ghiaccio c’è, la scelta resta libera. Nome della miscela: Mi-To.
Poi aggiunge che qui, al Camparino, dove il seltz arriva freddissimo direttamente dalle cantine, quella stessa miscela viene spesso allungata. È sempre un Mi-To, ma bevuto in modo diverso. Nella sua cerchia, fra amici e frequentatori abituali, lo chiamano Americano. Non tanto per distinguerlo come un’altra ricetta, quanto per il modo di berlo.
Mi spiega che molti stranieri, in particolare gli americani, amavano bere diluito: come per i bourbon whiskey, come per il caffè lungo e annacquato. Chiedevano vermouth e bitter con l’acqua.
Aggiunse, con aria sorniona, che anche Fortuny si sarebbe arricchito di questa esperienza.
Gialli Mondadori
Era evidente che attraverso il mio protagonista lui conosceva di me molto più di quanto io conoscessi di lui. Ma il personaggio che avevo di fronte mi era particolarmente congeniale e non mi aspettavo un uomo così solare e generoso. Poco prima di salutarmi, aggiunse che alla Mondadori stavano guardando con interesse a storie come la mia. Parlò di una possibile collana nuova, narrativa d’indagine, ancora senza nome, ma che girava la voce che avessero optato la collana si chiamasse i: “Gialli Mondadori”. Me lo disse porgendomi la busta con il mio manoscritto. Finimmo rapidamente le nostre consumazioni con apprezzamenti e convenevoli. Non fece il gesto di pagare, ma solo un cenno al cameriere che ci aveva servito.
In albergo lessi con orgoglio che il mio scritto era stato corretto a penna e chiuso con una firma: Alberto M.
Sotto, una frase a me dedicata.









