Un mondo scomparso
Parlare del lasciapassare significa parlare di un mondo che, per Trieste, è scomparso. Una lingua — il serbo-croato — che non c’è più, un confine che non c’è più, uomini che hanno combattuto da triestini, chi comunista e chi fascista, che non ci sono più. E una Trieste che, dopo aver perso e ritrovato identità, oggi ha riconquistato un ruolo: quello di città italiana con un porto vivo e un richiamo turistico che cresce di anno in anno.
Il lasciapassare: Prepustnica e Propusntnica
Da giovani, noi della zona del confine triestino, avevamo un documento che si chiamava “lasciapassare”: la “Prepustnica” in sloveno e “Propusntnica” in serbo-croato. Un libricino che regolava vite e distanze. La scomparsa della Jugoslavia portò con sé la nascita della Slovenia come Stato indipendente e il radicamento di due nazionalismi, quello serbo e quello croato, che non potevano più condividere una lingua in comune.
Non più quindi serbo-croato, lingua di tutti, ma serbo per la Serbia e croato per la Croazia. È un dettaglio linguistico, ma spiega bene la fragilità politica e culturale di queste terre di confine.
Un confine unico in Italia
Eravamo gli unici in Italia, abitanti della città e della provincia di Trieste, ad averlo. C’era “questa parte”: l’Italia, e “un’altra parte”, ammiccante al blocco comunista nella semplificazione popolare. In mezzo c’era il Carso — italiano e sloveno insieme — e i primi chilometri di costa che aspettavano di avere un destino. Una nazionalità imposta, decisa dai vincitori della Seconda guerra mondiale.
Dieci chilometri oltre il confine
Quel documento permetteva di entrare fino a dieci chilometri oltre il confine e di restare tre giorni: chi nella zona “A”, Trieste e provincia, e chi nella zona “B”, oggi Slovenia. L’istituzione del lasciapassare risale al dopoguerra, pensata per i contadini che avevano visto la linea del confine tagliare i propri campi in due, rendendoli improvvisamente stranieri in casa loro. Era un confine invalicabile, sorvegliato da uomini armati per davvero, pronti a sparare a chi osava oltrepassarlo.
Gli Accordi di Udine e l’uso quotidiano
Gli “Accordi di Udine”, firmati il 3 febbraio 1949 e poi ratificati nel 1971, diedero al lasciapassare una forma ufficiale. Rilasciato dalle Questure, valido cinque anni, consentiva ai residenti delle fasce di confine di spostarsi per lavoro, parentela o necessità. Trieste, Gorizia e i paesi del Carso furono le zone dove se ne fece maggiore uso.
Negli anni Cinquanta e Sessanta il documento venne rinnovato più volte, diventando il simbolo di una frontiera porosa ma controllata, dove le persone continuavano a incontrarsi, nonostante la politica.
La fine del lasciapassare
La sua funzione cessò progressivamente con la dissoluzione della Jugoslavia e l’indipendenza della Slovenia, proclamata il 25 giugno 1991, per poi essere definitivamente superata dal Trattato di amicizia e cooperazione tra Italia e Slovenia, firmato il 27 novembre 2001.
Una memoria da custodire
Oggi la “Prepustnica” è solo un reperto, conservato in archivi e nel Museo del Lasciapassare di Gorizia: un frammento di memoria che racconta un tempo in cui i confini erano veri, e l’identità si misurava con la vita di chi li attraversava.
Parlare di quel documento oggi significa ricordare che l’appartenenza non è solo geografica, ma una consapevolezza da riconquistare ogni volta che cambia il vento della storia.









