Identità triestina — Parte 2

7 Ottobre, 2025

Identità triestina

Identita triestina 2

Trieste e i Balcani. La città che cambia pelle

Trieste è una città che cambia pelle di continuo.

Tutto iniziò a Padova, con la firma dell’Armistizio di Villa Giusti, alle ore 12 del 3 novembre 1918.
Trieste è stata ricca, traffici, affari, porto imperiale, crocevia di lingue, approdo di religioni, contaminazioni gastronomiche. Quella firma segnò la fine di tutto questo.

Poi: l’Italia. Un porto da sacrificare in caso d’invasione, la via della seta, la città della scienza — straniera alla città — e oggi porto interno all’Europa. Ancora una volta, un nuovo futuro.

Resta una città in bilico: tra un Occidente che si illude stabile, i Balcani che ancora cercano la loro identità e un’anima germanica che riaffiora orgogliosa.
Questo imprinting cromosomico austricante resiste, ma non trova più dimora in una città che era sua, che forse la vorrebbe ancora sua, pur sapendo che non lo sarà mai più.

Sarebbe bello riuscire a sentire questa miscela — di cucine, lingue e pensieri – come un valore, ma troppo spesso invece diventa ancora occasione di separazione. Peccato.

Io non sono un nostalgico e amo il presente, non senza qualche prurito, qualche inevitabile attrito che diventa occasione per riflessioni, racconti e ricordi — senza malinconia.
Per identificarmi in questa città — diversamente da chi è cresciuto in un’Italia senza confini — è necessario conoscere gli inciampi, le scelte, gli errori, gli incontri e le sciagure che hanno fatto di Trieste ciò che è oggi.
Trieste è una cultura in bilico, sempre sul bordo: linguistico, mentale, gastronomico. Una frontiera che non smette di esserlo.

Oggi i confini non sono più linee sulle carte militari, ma rimangono ombre. Come la traccia di una matita di grafite che resta sulla carta anche se cancellata dalla gomma. Confini che sono diventati retaggi culturali tramandati per abitudine: diffidenze, presunzioni, ignoranza. Per capirle basta osservare la città, che vive ancora dentro i propri confini invisibili. Continuano a esserci i noi e i loro. Trieste si trova in mezzo a tutto questo e, a pensarci bene, da nessuna parte. Non è una mia idea, ma la condivido pienamente.

È una città che continua a cambiare. Nella sua repentina perdita di identità trova la sua radice.

Quanti si sono sentiti traditi tornando a Trieste dopo il 1918?
Prima ancora dei confini arretrati, c’era il disconoscimento di Joyce: tornò a Trieste dopo la Prima guerra mondiale, non la riconobbe più, non gli piacque più. Era un innamorato tradito dall’irredentismo.
Come il pittore Nathan — triestino ebreo — che per questa perdita d’identità si lasciò morire in un campo di concentramento.

Chissà se Trieste avrebbe davvero voluto essere italiana. Forse nemmeno slava. Diversa, per questo miscuglio di identità in un amalgama instabile. Diversa in qualcosa che nemmeno lei sa definire, ma che le appartiene come un DNA che non riesce a mettere a fuoco. E dentro questo “prurito” ci stanno scomodi alcuni della mia generazione. Così ci si innamora del progetto fantapolitico del Movimento Trieste Libera.
E su uno dei più bei palazzi del centro storico compare la scritta: Welcome to the Free Territory of Trieste.

Non c’è amarcord nel ricordo di come eravamo, quando gli autobus dei Balcani occupavano le Rive.
Arrivavano all’alba, scaricando una popolazione variopinta, caratteristica. La lingua accumunava le “Č” e le “Š”: il serbo–croato, lingua scomparsa con la dissoluzione della Jugoslavia — per noi triestini la “Yugo” — insieme allo sloveno e al bosniaco. Invasioni quotidiane di persone che si caricavano di jeans, caffè, Coca–Cola, bambole giganti, tutto indossato a strati.

Alla loro partenza: scarpe, cartoni, pacchi… rimanevano come rifiuti da raccogliere, residui fra le cose vecchie indossate e le nuove comperate nel grande bazar che Trieste era diventata.
Era un flusso continuo, sembrava inesauribile, di targhe da Zagabria, Belgrado, Sarajevo, Pola, Zara.

Continuo ad amare Trieste, e per questo te la racconto.
Lei resta così: sospesa tra orgoglio e smarrimento, tra chi la vorrebbe definire, chi la subisce e chi semplicemente se la gode al sole di Barcola. Forse non c’è davvero bisogno di sapere chi è: basta accettarla, con la memoria un po’ smarrita di un’anziana signora che però sa ancora reinventarsi e cambiare. In meglio? In peggio?
Io guardo e non giudico. Mi piace così, perché Trieste è un pezzo di me. Un pezzo che amo.

ritratto di Maurizio Stagni

Articolo di Maurizio Stagni

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