Identità triestina — Parte 1

3 Ottobre, 2025

Identità triestina

Identita triestina 1

Identità triestina. Una realtà ereditata.

Con questi articoli del mio blog voglio raccogliere e ordinare racconti, personaggi, aneddoti e immagini che mi aiutano — e forse possono aiutare anche te — a leggere Trieste per quello che è oggi. Piccoli tasselli storici, ironici, scanzonati — mai nostalgici. Sempre con l’anima triestina del viva là e po’ bon.

Sono i racconti di un triestin patoco. Ti porgo la mia Trieste, per come l’ho conosciuta e per come la conosco: da triestino che, nato qui da mamma triestina, ha vissuto giovanissimo per tanti anni fuori città. Quando sono tornato, sapevo parlare bene l’italiano, ma in testa continuavo a spostare tutti gli accenti sulla prima sillaba, tornando a coltivare il triestino. La mia è una città che si capisce solo col tempo. E, alle volte, mai.

Mi piace raccontare cosa significa accettare una realtà ereditata, non scelta del tutto. Sembra una bestemmia, pensando a tutti i morti della Prima guerra mondiale — e anche della Seconda — per tutti i sacrifici, la fame, le separazioni, le paure. Trieste, città liberata due volte.

Eppure, per molti, l’Italia rappresenta tutt’oggi un’eredità scomoda, come quella inaspettata e forse addirittura non voluta ricevuta dallo zio d’America. Molti triestini non la volevano, e molti invece la desideravano, arrivando a tradire la famiglia e a combattere sul fronte opposto.

Di questo mi sono reso conto, una volta di più, quando sono stato chiamato a raccontare le Avventure di Pinocchio alla cartiera di Vas, in provincia di Belluno. Era un racconto a tappe che mi portava lungo quello che era stato l’ultimo fronte della Prima guerra mondiale, quello del fiume Piave.

Dopo Caporetto, l’esercito italiano aveva formato una barriera su quel fiume per contenere lo sfondamento delle truppe austro–germaniche. Quel giorno, a Vas, mi sono reso conto che i nonni dei presenti al teatro avevano combattuto contro mio nonno, militare austriaco.

Trieste, a un certo punto, è stata tirata dalla giacchetta: quella cucita sulle sue misure di cinquecento anni di impero austro–ungarico. È anche vero che gli Asburgo forse cominciavano a essere un po’ scomodi, dopo tutto quel tempo. Poi quella giacca venne tirata in più direzioni. Inevitabilmente si è strappata, e quella sartoria non si trova più: né tessuto, né fattura. Da allora è rimasta una città in bilico: tra un Occidente che si illude stabile e i Balcani che ancora cercano la loro identità.

L’anima germanica si è persa, ma riaffiora. Non si integra più in una città che era sua, che forse la vorrebbe di nuovo sua, ma che non lo è più. Gli austriaci comprano casa qui e pretendono che Trieste sia vassalla di una loro riacquisita — o mai sopita — identità, ma non può essere più così. Ci sentono diversi: molti triestini non sono né italiani né austriaci. Probabilmente, come sempre è stato.

Gesti, abitudini, cucina e un certo modo di pensare — l’essenza dell’identità triestina — che non sta da nessuna parte, stanno scomparendo lentamente. Ingurgitati dalla fretta, dalla noncuranza, dall’ignoranza. Forse è solo il dialetto a resistere, ma nemmeno l’italiano gli stranieri lo imparano. Restano tali. Restano espat e non sentono il bisogno di integrarsi. Vivono la città nel suo ritmo e nei suoi luoghi comodi, senza farsi domande.

Così vedo la mia Trieste sospesa, con una giacca nuova o forse meglio con più giacche diverse, che ad ognuno sembrano perfette ma che non lo sono mai del tutto. Vittima di quell’identità ereditata, non scelta, che continua a tirare in direzioni opposte.

Io, la mia, me la tengo addosso con qualche dubbio, e mi rendo conto che è diversa da tante altre.
Mi auguro di riuscire a farti partecipe dei miei dubbi e delle mie conclusioni. Che questo sforzo di raccontarmi ti piaccia, o almeno che ti faccia pensare.

ritratto di Maurizio Stagni

Articolo di Maurizio Stagni

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