El toc’ a Trieste non si improvvisa. Triestini al mare, ma di corsa
Il toc’ e il suo rito.
Come il cuoco che ripone i coltelli o il barista che prepara il banco prima del servizio, anche chi va a fare un toc’ segue una piccola liturgia. Sono gesti rituali, studiati e semplificati da generazioni di triestini che si tramandano l’arte di bagnarsi senza perdere tempo.
Viva là e po bon
Si comincia dal mattino. L’asciugamano dev’essere leggero, mai quello grande da spiaggia: va piegato per lungo e arrotolato come una palacinka, a contenere costume e “zavate”.
Ci si cambia solo arrivati a destinazione, perché il tempo per un toc’ è rubato all’ultimo momento. Se poi l’asciugamano resta umido o il costume bagnato, poco importa: viva là e po bon, come si dice da noi. È la filosofia del toc’: niente complicazioni, solo l’essenziale.
Il cambio d’abito è un rito che vale da spettacolo
Ci si avvolge l’asciugamano a cilindro attorno ai fianchi, lo si alza e abbassa in sincronia perfetta, un gesto unisex da spiaggia che ogni triestino impara presto. In tempi più giovanili c’era anche un pizzico di teatralità, con sguardi distratti e l’occasionale “incidente” dell’asciugamano caduto. Le donne, invece, con il cambio del reggiseno sotto il pezzo di sopra del bikini, sono rimaste maestre: un’arte pari a quella di Arturo Brachetti.
La privacy, garantita dalla siepe di oleandri, fu una conquista civica: il Comune li piantò dopo anni di tamponamenti dovuti ai costumi troppo coraggiosi dei primi anni Settanta.

Dieci minuti
Dall’altra parte della strada, il traffico scorre incessante, ma il mare copre tutto.
Tu parcheggi, scendi, ti cambi, ti tuffi, ti asciughi e riparti.
In quei dieci minuti sospesi, Trieste si ferma con te. Il rumore delle auto si mescola allo sciabordio, e il tempo si fa elastico, come se tutto il resto potesse aspettare.
È questa la magia del toc’: la città è a un passo, ma tu sei altrove.
I luoghi
Il luogo perfetto per ogni triestino è diverso.
C’è chi sceglie il porticciolo di Barcola, chi la scogliera della pineta, chi il barachin che fa buona musica e super Gin Tonic.
Poco più avanti del Cedas, con lo scivolo di pietre e la doccia, c’è lo squero, di fronte alla Mula de Trieste: una statua di bronzo che raffigurava una ragazza che si spoglia per tuffarsi. Nuda, ma con discrezione, rivolta verso il mare, per non distrarre troppo gli automobilisti. L’ultima mareggiata se l’è portata via. Oggi rimessa in sede e rafforzata contro le prossime ondate maldestre resta un simbolo. È lì che i nuotatori più esperti si allenano all’alba o al tramonto per il “Miglio del Carletto”, una gara-ricordo per un amico scomparso.

Un luogo senza tempo
Per ogni triestino il posto giusto è sempre lo stesso: serve la confort zone, quella porzione di scogliera dove ieri e domani si somigliano.
Eppure, per chi arriva da fuori o per chi vive la città con leggerezza, ogni toc’ è diverso.
Un gesto democratico, senza sdraio né accessori.
Solo corpi, mare e sole: ruoli e cariche si sciolgono nella stessa acqua, e Trieste diventa per un attimo una città perfetta, disegnata dal vento.









